In relazione all'articolo su cos'è il merito, seppur nel pieno e doveroso rispetto del confronto, mi trovo costretta ad esprimere una forte, e intensa, criticità sulla seconda parte.
Se rifiuto un voto, perché ritengo di poter fare di più, perché devo venire punita? Ho un amico che si è laureato fuori corso, ma pensa, senza peccare di modestia, di essere migliore di qualcuno che si è laureato nei tempi giusti? Vorrei poi sapere: in che modo uno studente fuori corso complica la strada di coloro più meritevoli? Perché la presenza in università di uno studente deve precludere l'entrata ad un altro: l'aver conoscenze di base inferiori gli impedisce di fare un percorso di studi superiore? Ho un altro amico che si è iscritto ad ingegneria elettrica dopo aver fatto il liceo: sicuramente, in un eventuale test di ingresso, avrebbe dimostrato un livello di preparazione inferiore a quello di un diplomato in elettrotecnica, ma posso giurare che ora è un ottimo ingegnere.
Perché meno appelli? Per ovviare alle lunghe maratone con giornate di esami con 20-25 iscritti non è meglio fare proprio il contrario: cioè più appelli? In che modo, comunque, un minor numero di appelli dovrebbe favorire i più meritevoli?
Non credo che il fine dell'Università sia solo selezionare le eccellenze e le migliori menti per il nostro Paese, con un tempo massimo per ottenere il titolo di studio. Perché dobbiamo negare il diritto ad una persona di frequentare l'Università per soddisfare quella sete di sapere e di conoscere (per interesse personale e pura soddisfazione, che noi studenti odierni abbiamo dimenticato) che sono motore e carburante della nostra Cultura, mettendoci tutto il tempo che desidera avendo a disposizione un tempo relativo? La responsabilità sta in colui che termina nei tempi giusti il proprio corso di laurea, ma anche in chi impiega più tempo perché oltre a studiare deve anche lavorare: il tempo non è sempre garanzia di merito. Dobbiamo avere chiaro che per affrontare un sistema continuamente in evoluzione (ciò che si scopre oggi, domani appartiene già al passato) non possiamo fermare la nostra formazione agli anni delle superiori o a quelli universitari: l'aggiornamento deve essere continuo; il nostro paese soffre di un tasso di analfabetizzazione di ritorno molto consistente: l'Università dovrebbe accogliere con entusiasmo i non più giovani di età.
La sinistra non necessità di modernità per parlare anche di doveri: ad ognuna delle tappe più importanti, ovunque nel mondo, corrispondono le idee e l'azione della sinistra che aveva ben chiari i propri diritti e doveri: con le donne che conquistavano il diritto di voto e che si preparavano alle tante e vittoriose successive battaglie di emancipazione, con i braccianti che si battevano per la terra, in fabbrica con gli operai nelle rivendicazioni salariali nel riconoscimento della dignità del loro lavoro, nella lotta per i diritti dei neri d'America, a sostenere la lotta contro l'apartheid in Sud Africa.
Ritengo che i mezzi per portare il mondo universitario nella direzione del merito siano già insiti nel sistema: pensiamo ai voti, basterebbe sfruttarla e già si avrebbe una scala meritocratica del lavoro degli student, ma è più facile riformare le cose e partire da zero che cercare di farle davvero funzionare. Credo che i nemici del merito stiano più intorno che dentro l'Università: se ti laurei con 30, ma non puoi garantire una solida ipoteca, ti puoi scordare l'accesso al credito della banca, che preferisce finanziare lo studente che si laurea con 18, ma figlio di papà; viviamo in un sistema capitalistico in cui accanto ad una ragazza, che con contratto precario scopre nuove speranze per la lotta al cancro, troviamo un ragazzo, bravo con i piedi, che alla domanda "Quanti zeri ha il suo conto in banca?" deve fare qualche chiamata prima di rispondere. Dobbiamo chiedere che sia la società a premiare il merito: ma com'è possibile che il merito possa vivere in una società di "Grandi Fratelli" e di veline? La società dei soldi vinti tra i pacchi di raduno? Fai fallire una società pubblica e ti becchi una libera uscita milionaria.
Se i nostri laureati in medicina sono costretti ad andare all'estero (e all'estero vincono premi, scoprono l'impossibile) dove sta la colpa: nel sistema universitario che li ha preparati?
Non tutto si può risolvere con norma ad hoc: abbiamo infittito il nostro codice stradale di norme, sono diminuiti gli incidenti? Siamo uno dei paesi con la legislazione più pesante sulla sicurezza del lavoro, ma abbiamo il record europeo di morti bianche. Nessuna norma può impedire di "provare" un esame, solo il principio morale che così facendo si imbroglia se stessi e la società.
Dobbiamo non accettare ma essere portatori di responsabilità: dobbiamo ritornare ad essere convinti che solo attraverso lo studio, il duro lavoro, si ottengono gli obiettivi che ci siamo posti. Dobbiamo rifiutare le furbizie, le scorciatoie. Dobbiamo rifiutare l'idolatria del denaro, l'egoismo, le ingiustizie sociali. Dobbiamo concorrere al progresso materiale o spirituale della società, e non solo tra i banchi di scuola.
Il rapporto tra la ricerca universitaria e le piccole industrie è debolissimo: il sapere e la ricerca (la poca che si fa) rimangono chiuse nelle mura universitarie.
Un paese che non si preoccupa delle condizioni delle sue università in settori strategici per il turismo: Storia dell'Arte e Chimica per i Beni Culturali sono quasi considerate di serie B.
Siamo al 3+2 (introdotto da governo di centro sinistra): 10, dieci, esami da fare in un anno. Sono uno al mese; un corso di 30 ore per recepire concetti di impianti elettrici e di elettrotecnica. Meno sedi: è giusto, ma anche più campus universitari, dove un affitto non costringa a salassi mensili.
La consultazione dei libri online, lezioni audio video sui siti delle università: chi lavora e vuole specializzarsi in una seconda laurea deve aspettare le lezioni notturne della Rai?
Dobbiamo avere la forza di cambiare partendo dalla realtà che ci circonda, quindi dalle singole realtà locali, dove dobbiamo impegnarci per cambiare veramente qualcosa e farci sentire, magari diventando esempio per altre realtà.
E ricordiamoci sempre che le Università, quelle del sapere e non dei crediti, sono nate e servono soprattutto per renderci critici verso la realtà che ci circonda, dandoci i mezzi intellettuali per esserlo. Questo è un diritto universale.
Nicoletta Caramello - Responsabile Organizzativo Giovani Democratici di Savona
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