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La mia compagna di classe Viorica

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La mia compagna di classe Viorica. Prima serata della scuola del PD organizzata dai GD di Pavia: tema il multiculturalismo.
Don Dario Crotti, della Caritas di Pavia, ci insegna che l’integrazione è perdere del tempo per guadagnare tempo: non c’è integrazione senza ascolto, confronto, senza capire chi è l’altro. Dopo l’intervento del parroco, una ragazza chiede di poter esprimere il proprio pensiero. Inizia augurandoci di diventare la nuova classe dirigente del nostro paese, poi racconta la sua storia.
Anni, mesi, giorni fa si è scatenato l'arco che ci ha spinti a partire. Più o meno fiduciosi nella nostra sorte, nella fortuna del destino, nella condiscendenza degli altri abbiamo lasciato il passato e siamo partiti per cambiare il presente in un futuro migliore. Nessuno ci ha detto se facevamo bene o no, nessuno di noi sapeva cosa ci aspettava, nessuno di noi aveva considerato bene il passo che stavamo facendo. In pullman, in macchina, in aereo oppure in barca, abbiamo cominciato il viaggio verso la luce che s'intravedeva appena nel tunnel della nostra vita. Non ci ha detto nessuno quanto era lungo il tunnel, quanto era lontana la luce. Per partire ci è bastata la fioca
luce dell'illusione. Dove? Verso una terra chiamata speranza, verso un sogno: quello di vivere meglio. Per alcuni di noi questo sogno è naufragato nelle acque del Mediterraneo, per altri si è infranto sulla terra dell'Italia, per quelli fortunati quel sogno continua ad esistere....anche se la realtà del presente è molto distante”.
Ci chiede di provare a capire cosa voglia dire lasciare la famiglia, gli amici, gli amori, la propria terra: “Solo Dio e noi sappiamo quanto ci manca il nostro paese, la nostra casa, i nostri genitori...il nostro passato, la nostra vita. E' semplice dire: tornate a casa vostra. Solo noi sappiamo che quello che abbiamo lasciato non esiste più, che la vita, là come qui, continua, che il vuoto creato dalla nostra partenza è stato già riempito da altri aspetti della vita. Se prendi una goccia dall'oceano le tracce spariscono insieme alle onde... E' difficile trovare la forza di partire, però è più difficile tornare con l'anima lacerata dal dolore del fallimento, dalla pesantezza delle speranze svanite nel nulla, dall'amarezza della vita”.
Per coloro che hanno genitori immigrati dal sud Italia non sono parole nuove.
L’emozione le impedisce per un attimo di continuare; mandato giù il magone ricomincia: “Se siamo ancora sulla terra italiana vuol dire che la vita ci ha dato più motivi per stare qui. Ritorniamo nei nostri paesi per seppellire i genitori, i nonni, a volte i ricordi. Si i ricordi, perché senza di loro sembra più facile andare avanti, è più semplice credere di appartenere a questo mondo, che ti sei integrato. Che cosa significa alla fine integrarsi? In molti credono che se parli l'italiano, se hai una casa, un lavoro, sei integrato nella società. In apparenza è così, però la realtà spesso contraddice questa apparenza. Se guardate attentamente questi cosiddetti integrati, scoprirete che vivono in un isolamento ben consolidato, che dentro le mura delle loro case entra solo l'aria di questo paese. Perché? Perché c'è bisogno di più di una semplice accettazione del fatto che il tuo vicino di casa è di un'altra nazionalità; bisogna trovare il coraggio di dargli la mano, di salutarlo perché desideri fare questo. Possiamo essere diversi, ma non sempre la diversità è sinonimo di pericolo, d'aggressività, di razzismo. Strano! Scrive questo una rumena: mai, prima di essere arrivata sulla terra italiana mi ero vergognata della mia nazionalità, anzi ne ero fiera. Adesso ho vissuto questo momento senza sentirmi direttamente responsabile. Porto dentro il complesso di essere rumena e forse rimarrà un complesso per tutta la vita. Non basta farlo sparire cambiando la cittadinanza: l'anima rimane la stessa indipendentemente dei vestiti che coprono il corpo”.
Un’altra breve pausa, ma questa volta il magone è nostro: abbiamo capito quanto male si può fare nel criminalizzare una comunità, una nazione, un’etnia.
Il magone si trasforma in profonda vergogna quando sentiamo Viorica trovare il coraggio di guardarsi con i nostri occhi, ricordandoci un valore che abbiamo dimenticato: l’empatia. “Non abbiamo chiesto a voi italiani se ci volevate, se accettavate di abituarvi alla paura di essere aggrediti, derubati dei vostri beni, soffocati dalla nostra presenza sempre più disturbante. No, non avete avuto il diritto di esprimervi. Siamo una popolazione di invasori. Ma cosa sarebbe giusto? Tornare da dove siamo venuti? Continuare la vita tremenda che abbiamo appena lasciato oppure provare ad integrarci? Dov’è la nostra colpa se siamo nati in un paese meno gradito a Dio? Lo so, è vero, non è nemmeno colpa vostra se la nostra sorte è così sfortunata”.
Le chiediamo il significato della parola integrazione: “Quello che desidero per stare bene è che mi venga data la possibilità di rivivere il momento di quando potevo dirmi fiera di essere rumena, di avere la possibilità di essere giudicata per quello che sono veramente, senza pregiudizi. L’integrazione dipende dalle autorità, italiane, rumene, ma anche da noi. Soprattutto da noi. Se ci aiutiamo da soli non avremo più bisogno di essere aiutati. Perché non possiamo essere almeno per una volta autosufficienti in senso positivo?”.

 

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