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Della differenza da praticare tra posizioni di partito e convinzioni personali

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thinking girlCom'era immaginabile, la sentenza del Tar del Lazio del 17 luglio 2009 che ha stabilito che i docenti di religione cattolica non possono partecipare a pieno titolo agli scrutini e il loro insegnamento non può avere effetti sulla determinazione del credito scolastico ha scatenato prevedibili polemiche. Se la Cei, per bocca di monsignor Diego Poletti, ritiene di dover fare affermazioni infondate (la sentenza è povera di motivazioni) e paradossali (la laicità viene danneggiata), sono dopotutto affari suoi; in fondo, la Cei non fa altro che il proprio mestiere di lobby che vuole influenzare a proprio vantaggio le scelte legislative future, e non è particolarmente interessante verificare se lo faccia bene o male.
È però sconcertante costatare ancora una volta che le posizioni della Cei ottengono l'appoggio di esponenti politici che rappresentano tutti gli italiani (e non soltanto gli italiani cattolici), per di più di un partito, il Pd, che in linea teorica dovrebbe opporsi alla deriva clericale dell'attuale maggioranza di governo.
È quasi scontato partire con le affermazioni della senatrice Paola Binetti, che si preoccupa d'insegnanti di serie A (quelli che partecipano agli scrutini) e di serie B (quelli di religione, che ne sarebbero esclusi). Possiamo concedere per amore di argomentazione che la senatrice Binetti esprima una giusta preoccupazione; la senatrice dovrebbe però anche ricordare, per onestà intellettuale, che la distinzione già esiste, poiché gli insegnanti di religione cattolica sono assunti dallo Stato, ma il loro inserimento in cattedra è subordinato all'approvazione degli uffici diocesani competenti; i quali possono dunque revocare l'idoneità del docente e la sua titolarità della cattedra. Lo dice la Legge 18 luglio 2003, n. 186 Norme sullo stato giuridico degli insegnanti di religione cattolica degli istituti e delle scuole di ogni ordine e grado, che la senatrice Binetti ovviamente omette di citare.
Sconfortante è anche l'uscita dell'ex ministro dell'Istruzione Giuseppe Fioroni, al quale si deve, in effetti, l'ordinanza sulla quale si è pronunciato il Tar e che tanto clamore sta suscitando. L'ex-ministro, nelle dichiarazioni alla stampa successive alla pubblicazione della sentenza, ha ricordato che c'è una sentenza del Consiglio di Stato che ritiene legittima la sua ordinanza che ha dato vita alla querelle. Peccato però che Fioroni faccia pesce in barile, dal momento che evita di dire che la sentenza del Consiglio di Stato del 12 giugno 2007 riguardava non il merito della questione, ma una precedente pronuncia del Tar del Lazio del 23 maggio 2007, la quale accoglieva un'istanza di sospensione cautelare dell'ordinanza proposta dalle associazioni ricorrenti. Le istanze di sospensione cautelare vengono concesse in presenza del rischio che, per l'esecuzione del provvedimento impugnato, possano derivare gravi e irreparabili danni e alla luce di un giudizio positivo sommario sulla fondatezza del ricorso principale. Ma sono appunto sospensioni cautelari, ed è su questo - e solo su questo - che si era pronunciato il Consiglio di Stato nel 2007: valutando che non esistesse il rischio di danni gravi e irreparabili in mancanza della sospensione e giudicando in modo altrettanto sommario la questione di merito.
Spiace costatare che un partito che afferma di voler difendere la laicità delle istituzioni (basti vedere le mozioni dei tre principali candidati alla poltrona di segretario) non solo continui a non prendere posizioni chiare e cristalline su questi temi ma faccia ricorso ad argomenti capziosi e pletorici per difendere quelle che sono le proprie convinzioni personali. Rispettabili, ovviamente, ma che non si capisce perché debbano essere imposte a tutti.

 

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