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Le tre mozioni alla prova della laicità

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 Al di là delle valutazioni che ognuno ritiene di dover dare sull'argomento, è un fatto che in Italia il dibattito pubblico odierno è caratterizzato da uno spiccato revanchismo religioso e (conseguentemente) da un marcato interesse per la cosiddetta laicità e per le questioni che a essa, a ragione o a torto, vengono collegate.

Per ragioni storiche e politiche, è il Partito democratico a trovarsi oggi sul crinale più difficile del dissidio tra cattolici e laici (per usare un'abusata, ma finta, dicotomia): le questioni della laicità sembrano operare carsicamente per dividere tale partito e, a seconda dei luoghi e delle situazioni, configurarlo come prono ai desiderata vaticani o vittima delle frange "laiciste".

Da questo punto di vista, dunque, anche la corsa alla poltrona da segretario non può rimanere estranea a questo tema e non è pertanto un caso che tutte le mozioni, seppure con accenti e modalità diverse, parlino di laicità, cercando tutte quante di offrire un punto di sintesi che possa trovare un consenso più o meno ampio.

Prima di passare a esaminare le singole mozioni, va tuttavia fatta una premessa. Lo Stato italiano è laico, poiché questo afferma la Costituzione all'articolo 7. E benché la Carta non faccia uso del termine "laicità", la Corte costituzionale, con la nota sentenza 203 del 1989, ha catalogato la laicità tra i "principi supremi dell'ordinamento". Il Concordato del 1984, sia qui detto come chiosa aggiuntiva, abolisce anche il privilegio storico della Chiesa cattolica, che smette di essere religione di Stato, ruolo che invece fino a venticinque anni fa le riconoscevano i Patti Lateranensi.

Laicità, più che identificare un problema di carattere istituzionale in senso stretto, sembra allora individuare un problema di sociologia politica: se, quanto e come dare spazio nella sfera pubblica alla religione, e segnatamente - perlomeno nel contingente - alla religione che più ha contribuito a definire storicamente, socialmente e culturalmente l'Italia, vale a dire la religione cattolica.

La mozione Bersani afferma: "Il principio di laicità è la nostra bussola, la via maestra di una convivenza plurale. La laicità si nutre di rispetto reciproco e di neutralità - che non significa indifferenza - della Repubblica di fronte alle diverse culture, convinzioni ideali, filosofiche, morali e religiose. È anche impegno per la loro salvaguardia, promozione del dialogo interculturale e interreligioso, mutuo apprendimento: purché, naturalmente, tutti accettino un comune spazio pubblico di confronto e incontro nel quale gli unici principi non negoziabili siano quelli della Costituzione italiana e della Carta dei diritti dell'Uomo".

Benché sufficientemente vaga da potersi prestare a molte interpretazioni, questa affermazione contiene due difficoltà. La prima è che la laicità non "si nutre" di neutralità, ma è essa stessa neutralità: lo Stato e le sue agenzie sono neutrali rispetto alle diverse posizioni religiose (ateismo e agnosticismo compresi), nel senso che non si schierano per - né favoriscono - alcuna di esse. Proprio come fa la Svizzera quando ci sono Stati in guerra tra di loro, se è consentita la banalizzazione.

La seconda difficoltà riguarda invece l'interpretazione della neutralità, "che non è indifferenza". Non è molto chiaro che cosa la mozione Bersani intenda per "indifferenza" e dunque quel che le viene contrapposto, la neutralità appunto, tanto più se si considera che, stando alla mozione, la Repubblica non dovrebbe essere indifferente "alle diverse culture, convinzioni ideali, filosofiche, morali e religiose". Significa che vanno considerate tutte degne di eguale rispetto (come l'idea di neutralità sembra suggerire) o che ce ne sono alcune migliori di altre (come invece pare prefigurare la non indifferenza)? E se alcune sono degne di maggiore rispetto, secondo quali criteri ciò deve accadere? L'impressione qui è che una formulazione infelice abbia messo assieme cose diverse: se infatti si può argomentare con qualche plausibilità che non si può rimanere indifferenti, per esempio, rispetto alle diverse convinzioni filosofiche o alle diverse convinzioni ideali o addirittura alle diverse convinzioni morali, è dubbio che la non indifferenza possa essere applicata alle diverse convinzioni religiose, come se al potere politico fosse concesso di discernere tra le varie opzioni religiose senza correre il rischio di cadere in una qualche forma di velato confessionalismo.

La mozione Marino invece asserisce: "La laicità è un metodo: significa affrontare ogni questione con rigore e con la massima obiettività possibile, nell'interesse generale e non di una parte sola. Significa non porsi nel dibattito pensando di possedere la verità o di avere ragione a priori. Significa saper ascoltare le ragioni altrui e avere l'umiltà e l'intelligenza di confrontarsi anche con chi la pensa nella maniera opposta. Significa lasciarsi sempre prendere dal dubbio che l'altro può avere ragione. Infine laicità significa che quando si considera chiuso il dibattito, e si è presa una decisione nell'interesse di tutti, si accetta quella decisione sentendosi vincolati e sostenendola con onestà".

In questo modo la mozione Marino assume una prospettiva che ultimamente va per la maggiore anche nel dibattito accademico e specialistico, e che è stata efficacemente esposta in un volume collettaneo curato qualche anno fa da Giovanni Boniolo, Laicità. In verità, a me pare che questa via abbia i pregi dell'ecumenismo, ma il difetto, evidentemente non piccolo, della fuorvianza, poiché espunge di fatto dal dibattito il nocciolo del disaccordo: lo spazio e il ruolo da attribuire alla religione nelle scelte legislative. Il "metodo" di cui parla la mozione Marino ricorda molto l'onestà intellettuale e la disponibilità al dialogo; elementi che spesso vanno di pari passo con la laicità, ma che non ne costituiscono il tratto qualificante, che consiste piuttosto nell'indifferenza istituzionale e legislativa rispetto alle credenze religiose.

La mozione Franceschini opera infine "per rimando": non dice infatti che cosa sia la neutralità, ma fa riferimento alla Costituzione, alla sentenza della Corte costituzionale del 1989 cui si faceva riferimento sopra e alla cosiddetta "Lettera dei 60" dell'8 febbraio 2007. Ciò significa che, secondo la mozione Franceschini, "lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani" (Costituzione); che la laicità è "principio supremo dell'ordinamento" (Corte Costituzionale); che occorre evitare che "si metta in dubbio la laicità delle istituzioni, e la nostra responsabilità di legislatori cui tocca il compito di legiferare per tutti" (Lettera dei sessanta).

Questo rimando pare andare al cuore del concetto di laicità meglio delle altre due mozioni. A differenza dell'arzigogolata formulazione della mozione Bersani e dell'ecumenica enunciazione della mozione Marino, la mozione Franceschini pare infatti sollevare in maniera più radicale la questione di quale spazio attribuire alla religione nelle scelte pubbliche, suggerendo anche la risposta corretta, se laici si deve essere: lo Stato e le sue agenzie devono agire etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse.

Se dunque le votazioni per la poltrona da segretario del Pd dovessero seguire le simpatie scientifiche sul tema specifico della laicità, la mozione Franceschini sarebbe probabilmente la scelta più appropriata. I dubbi, casomai, sono politici: come è possibile che alcuni sostenitori di Franceschini, e dunque di questa impostazione, possano difendere il credito formativo dell'ora di religione e perciò criticare la sentenza del Tar del Lazio del 17 luglio 2009 che, proprio sulla base del dettato costituzionale e della sentenza della Corte del 1989, aveva giudicato tale credito illegittimo?

 

Corrado Del Bò, Ricercatore di Filosofia del diritto, Università di Milano

 

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