Categoria: Punti di vista Scritto da Giacomo Galazzo
Il "Treno per Auschwitz" non si vuole arrestare. Forse non si fermerà mai. Il sito dell’iniziativa “Un treno per Auschwitz” esordisce così. Ogni anno, CGIL, CISL e Provincia di Milano organizzano questa importante esperienza. Io sono uno dei fortunati che ha partecipato all’edizione di quest’anno e voglio condividere sul nostro nuovo sito alcune sensazioni relative a quell’esperienza. Il treno. Perché in treno? Perché il lungo tragitto lungo le rotaie di mezza europa da l’esatta dimensione di quello che, credo, questo viaggio vuole essere. Sindacalisti, studenti delle scuole, studenti universitari, giornalisti, semplici cittadini, tutti insieme, in viaggio per visitare il luogo di una delle tragedie più grandi della storia dell’umanità. Nelle lunghe ore di viaggio, queste sono state le mie sensazioni. Un senso di comunanza con persone da me diversissime per età, professione, luogo di provenienza. E il senso di una missione, Vedere coi propri occhi per ricordare agli altri. Per questo dico a tutti voi di andarci. E’ totalmente diverso che leggere sui libri. La visita. Abbiamo vistato Auschwitz I e Auschwitz 2 (Birkenau). Auschwitz 3 (Monowitz) era purtroppo chiuso alle visite. Il sito è stato dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. La cosa terrificante è che sembrava di visitare una vera e propria fabbrica, pensata ed edificata secondo un preciso piano industriale e con criteri di scientificità. Il prodotto di questa industria era lo sterminio totale della comunità ebraica. Purtroppo funzionò molto bene. Credo non serva aggiungere altro. Per chi voglia vederle, ho pubblicato le foto della visita sul mio profilo Facebook. Il libro. Sul treno ci è stato proposto l’acquisto di un libro. Ho pensato di comprarlo e di leggerlo per rendere più completa l’esperienza. Credo di aver fatto bene. Il libro di intitola “Violinista ad Auschwitz”, ed è la testimonianza di Jacques Stroumsa, ebreo di Salonicco, a cui la passione per il violino contribuì a salvare la vita (leggete e capirete perché). Mi ha colpito molto per la compostezza della narrazione della sua deportazione. Stroumsa non omette nulla di quello che ha vissuto, ma da quelle pagine non traspare odio, ciò che ci si aspetterebbe da chi in una mattina ha perso tutta la sua famiglia (che, diversamente da lui, non passò la selezione iniziale, e finì nelle camere a gas pochi minuti dopo l’arrivo al campo). Traspare piuttosto incredulità, e consapevolezza dell’importanza della memoria. Voglio condividere con voi un passo del libro che, meglio della narrazione dei molti orrori del lager, descrive cosa fu il nazismo, a quanto disprezzo della dignità umana potè arrivare. Siamo verso la fine del libro, Jacques è stato liberato e sta per fare ritorno in Francia, nel Paese dei suoi studi. “Ottenuto dal capitano il permesso per il viaggio, trovai in fretta il consolato e venni introdotto a un giovane luogotenente francese che svolgeva mansioni di console. Non avendo alcuna carta d’identità, dovetti rispondere alle sue numerose domande poste molto gentilmente. Poi mi abbracciò dicendo: “Signore, vi farò rientare in Francia da domani, e sarete ricevuto come si deve”. Scoprimmo di aver compiuto gli stessi studi all’università di Bordeaux. Io avevo ottenuto il diploma d’ingegnere radiotelegrafista nel 1935 e lui nel 1939. Era la prima volta che mi si chiamava ‘Signore’ dopo molti anni…” . Ogni anno quel treno si incammina per Auschwitz e permette a centinaia di persone di vedere, ricordare, raccontare. Per questo quel treno non deve fermarsi.