
Cosa succederebbe se da un giorno all’altro i 416 ricercatori dell’università di Pavia smettessero di fare anche lezione? Gli studenti di altrettanti corsi si ritroverebbero seduti in aula davanti a una lavagna vuota.
Il rischio non è solo un’ipotesi. I ricercatori pavesi hanno aderito alla protesta già partita a Genova, Napoli, Torino, Pisa, Siena, Bologna, Firenze, Cagliari e Milano. Una protesta per ribadire una «ferma opposizione» al disegno di legge Gelmini che andrebbe ad accentuare la situazione attuale.
Il 30-40 per cento della didattica a Pavia, ma anche nelle altre sedi, è a carico dei ricercatori che sono il 40 per cento dell’organico. Il carico di lavoro è uguale a quello di un ordinario. Il costo è del 30 per cento in meno.
Il disegno di legge Gelmini non risolve il problema dello stato giuridico dei ricercatori e peggiora la situazione degli attuali precari, ratifica la messa in esaurimento della figura del ricercatore a tempo indeterminato, sostituita dal ricercatore a tempo determinato. Stando al disegno di legge infatti il ricercatore sarà assunto per tre anni rinnovabili di altri tre, poi potrà essere nominato a chiamata diretta dagli atenei. Gli attuali ricercatori invece andranno ad esaurimento in quanto tali, ma potranno - stando sempre alle bozze della legge - sostenere un esame di abilitazione nazionale per poi finire in un grosso calderone da cui gli atenei potranno pescare personale da assumere, se e quando i bilanci lo permetteranno.
Articolo tratto da La provincia pavese, edizione del 10 aprile 2010.
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