corsocavour.info

Sunday
Sep 05th
Text size
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Punti di vista punti di vista Acqua: la posizione di Giacomo Galazzo

Acqua: la posizione di Giacomo Galazzo

E-mail Stampa PDF
Votazione Utente: / 7
ScarsoOttimo 

circles 2.jpg - 16.10 Kb

Giovedì scorso c’è stata un’assemblea cittadina del PD che ha votato all’unanimità l’adesione al referendum abrogativo delle norme del decreto Ronchi sul tema dell’acqua. Non proprio all’unanimità però. Io, pur presente, non ho partecipato al voto. Perché?

Dunque, sull’acqua se ne sono dette di tutti i colori. La vulgata che va per la maggiore a sinistra porta a porre la questione così: acqua pubblica o acqua privata. Ed è l’impostazione che abbiamo ricalcato per tutta la sera, checché se ne dica. Non c’è stato un singolo intervento che non abbia ribadito il si all’acqua pubblica e il no all’acqua privata. E quindi, di conseguenza, adesione al referendum. Fosse così, sarebbe tutto facile.

Il punto è proprio questo. Mi spiace dirlo, sembra un po’ di fare il guastafeste. Ma questo è a mio parere un modo non corretto di affrontare il problema. O, quantomeno, enormemente semplificatorio. Se leggete su lavoce.info (non proprio l’house-organ del governo, anzi mi sa che Tremonti se li sogna di notte) gli articoli di Scarpa e Massarutto, si può leggere, rispettivamente: “È triste che qualcuno chiami tutto questo “la privatizzazione dell’acqua”. È cattiva informazione, ai limiti della mala fede. Quello che si vuole è la messa a gara dei servizi. Se uno poi vuole mantenere la proprietà pubblica delle imprese lo può fare, ma queste devono dimostrare sul campo di valere almeno quanto quelle private". “Neppure Orson Welles avrebbe saputo confezionare una bufala mediatica come quella della “privatizzazione dell’acqua"”. Come ha ben spiegato Scarpa, infatti, “non c’è nessun obbligo di privatizzazione alle porte; c’è piuttosto l’obbligo per gli enti locali di indire una gara, alla quale potranno partecipare anche le imprese pubbliche”. Allora, o questi autorevoli articoli dicono cose false, oppure pongono un problema serio, sul quale dobbiamo discutere. O meglio dovremmo, visto che in assemblea ho citato testualmente i due articoli, senza ricevere risposta alcuna se non quella che dobbiamo difendere l’acqua pubblica. Il solito serpente che si morde la coda.
Dunque, secondo me per una sinistra moderna non può fare scandalo che i servizi pubblici locali siano liberalizzati. E questo perché, “spesso il settore pubblico non possiede il know-how e i mezzi necessari per una gestione efficiente e in questo caso gli enti locali devono poter essere liberi di rivolgersi ad operatori del settore privato”, come ha giustamente scritto Ignazio Marino, che aggiunge “In questa ottica, quello del grado di “privatizzazione” dei servizi idrici è un falso problema, purché sia garantita la qualità del servizio, la tutela dei cittadini meno abbienti, l’autosufficienza economica degli operatori e – fondamentale - un adeguato livello degli investimenti da realizzarsi principalmente attraverso il concorso della tariffa”. Ecco, già vedete che messa così la questione cambia di molto, e arriviamo al nocciolo.

L’apertura ai privati come la prevede la destra è sbagliata. Prevede gare aperte ai privati senza contemplare alcun meccanismo di controllo, un’ Authority per capirci (e Marino, nel seguito dell’intervento che ho citato mette correttamente al primo posto la creazione di una simile struttura). Pesi ma non contrappesi. Quindi, da cittadino, andrò senza dubbio a votare SI al referendum, e cercherò anche di convincere altri a farlo.

L’adesione ufficiale del nostro partito al referendum è però questione diversa. Votare a un referendum abrogativo significa dire un no, senz’altro corretto in questo caso. Ma questo strumento ha dimostrato di avere poca forza propulsiva, e infatti da molti anni fallisce sistematicamente. Molti degli interventi di giovedì sera, su questo punto, hanno mostrato rassegnazione. E allora io credo che il Partito Democratico debba dire più di un no: ne va della stessa idea che abbiamo di questo partito, e a mio parere, della sinistra in generale. Io voglio fare parte di una sinistra moderna, una sinistra che possa compiutamente definirsi progressista. Mai conservatrice, i conservatori devono essere gli altri. E allora puntare la nostra strategia su di un no, significa identificarsi in coloro che difendono lo status quo, e non dobbiamo commettere questo errore. Andando sul piano pratico, cosa succederebbe se vincesse un Si al referendum? Si tornerebbe alla situazione precedente, non certo soddisfacente nei risultati: nella nostra provincia, ad esempio, esistono decine di Comuni senza depuratore. E se fallisse, come purtroppo probabile? Il contraccolpo politico sarebbe forte, la destra punterebbe sul disinteresse per poi dire che la propria impostazione sull’acqua è stata ratificata dai cittadini.

E allora io credo che meglio sia (meglio è, anzi, visto che così ha deciso il PD Nazionale) per il PD raccogliere le firme su di una proposta di legge che passi da alcuni punti fondamentali: possibilità della concorrenza tra pubblico e privato per la gestione dei servizi, ma in un quadro di competizione regolare e regolata (creazione quindi di un Authority del settore), che garantisca i consumatori da insostenibili impennate delle tariffe. E assoluta priorità agli investimenti per la rete idrica. Sul referendum, invece, assoluta e anzi ovvia libertà per dirigenti e militanti di muoversi personalmente a supporto se lo ritengono. Così manterremmo un profilo adeguato a quello che un partito riformista deve essere: il soggetto che impone l’agenda, non quello che la subisce.

Io credo che siano questi i motivi per cui il PD nazionale ha deciso di non aderire ufficialmente al referendum (singolare che sia stato il delegato semplice Giacomo Galazzo a dover leggere all’assemblea la dichiarazione ufficiale del segretario nazionale), e credo che il fatto che il nostro partito cittadino l’abbia apertamente contraddetto solo poche ore dopo sia stato un grave errore. Mi si è obiettato che “dobbiamo dire cose chiare, stare in mezzo alla gente”: bene, non trovo nulla di più chiaro del dire “un no non ci basta, noi vogliamo fare la nostra proposta”. E questo mitico “stare in mezzo alla gente”, mi auguro che non voglia dire semplificare sempre e comunque i nostri messaggi politici, come stiamo facendo in questo caso. Noi dobbiamo essere in grado di affrontare le tematiche in modo più complesso dei nostri avversari, perché nella semplificazione vince sempre la destra. E perché ai nostri elettori dobbiamo dare messaggi chiari: cosa capisce un cittadino del fatto che il PD Nazionale e il PD Pavia dicono due cose opposte? E’ una sorta di malinteso “federalismo” applicato al nostro partito? No, è la confusione da cui abbiamo detto tante volte di voler rifuggire. Come ha scritto sabato Michele Salvati “se la democrazia interna produce una pluralità di leader e una molteplicità di linee che divergono per aspetti significativi, e se difettano strumenti efficaci per comporre il conflitto tra i leader e per presentare all’esterno una linea sola, ne soffre l’immagine del partito, si appanna la sua identità”.

Mi si dirà: Giacomo, ma quanto hai scritto su questa questione? Molto, lo ammetto. Ma è proprio per questo che non ho votato: perchè un voto contrario non avrebbe ben rappresentato la mia posizione, che è complessa. Non tutte le questioni, infatti, possono liquidarsi con un si o con un no. Questo vale per la piccola questione del mio voto in assemblea. E vale per la grande questione dell’acqua, così come per altre.

 

Sottoscrizione Newsletter










Siete qui in :

 2 visitatori online

Statistiche

Hits visite contenuto : 122395